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La Giustificazione per Sola Fede

Martin Lutero racconta la sua scoperta del significato di giustificazione per sola fede. L’episodio è noto come “l’Esperienza della Torre”.

Nel frattempo, in quello stesso anno, 1519, avevo cominciato ad interpretare di nuovo i Salmi. Mi sentivo più sicuro, avendo più esperienza, dal momento che nei corsi universitari avevo avuto a che fare con la Lettera di san Paolo ai Romani, ai Galati e la Lettera agli Ebrei. Avevo sviluppato un desiderio ardente di comprendere cosa Paolo intendesse nella sua lettera ai Romani, ma fino ad allora si era interposto nel mio cammino, non il freddo sangue intorno al mio cuore, ma quall’unica parola che è nel capitolo uno: “In esso [il Vangelo] la giustizia di Dio è rivelata.” Odiavo quella frase, “giustizia di Dio”, che, secondo l’uso e il costume di tutti i miei professori, mi era stato insegnato ad intendere filosoficamente come un riferimento alla giustizia formale, o attiva, come la chiamano, cioé quella giustizia con cui Dio è giusto e con cui punisce i peccatori e gli ingiusti.

Ma io, da quel monaco innocente che ero, sentivo di essere davanti a Dio un peccatore con una coscienza estremamente turbata. Non riuscivo ad essere certo che Dio fosse placato dalla mia soddisfazione. Non amavo, no, piuttosto odiavo quel giusto Dio che punisce i peccatori. In silenzio, anche se non ero blasfemo, certamente mormoravo con veemenza e divenni in collera con Dio. Dicevo, “Non è abbastanza che noi miserabili peccatori, persi per l’eternità a causa del peccato originale, siamo oppressi da ogni genere di calamità attraverso i Dieci Comandamenti? Perché Dio accumula dolore su dolore attraverso il Vangelo e attraverso il Vangelo ci minaccia con la sua giustizia e la sua ira?” In questo modo io protestavo rabbiosamente con una coscienza selvaggia e turbata. Interrogavo costantemente san Paolo su quel passo in Romani 1 e desideravo ardentemente sapere cosa intendesse.

Meditavo giorno e notte su quelle parole finché alla fine, per la grazia di Dio, feci attenzione al loro contesto: “La giustizia di Dio è rivelata in esso, perché è scritto: ‘Ma il giusto vivrà per fede‘.” Cominciai a comprendere che in quel verso la giustizia di Dio è quella grazie alla quale la persona giusta vive per un dono di Dio, che è la fede. Cominciai a comprendere che quel verso significa che la giustizia di Dio è rivelata attraverso il Vangelo, ma è una giustizia passiva, cioé quella attraverso cui Dio ci giustifica per fede, perché è scritto: “il giusto vivrà per fede”. Improvvisamente sentii che ero nato di nuovo ed entrato nel paradiso stesso per un cancello aperto. Immediatamente vidi l’intera Scrittura in una luce differente. Tornavo per le Scritture a memoria e trovavo altri termini che avevano significati analoghi, ad esempio l’opera di Dio.

Esaltavo queste dolcissime parole, “la giustizia di Dio”, con tanto amore quanto era stato l’odio con cui l’avevo odiata precedentemente. Questa frase di Paolo è stata per me il cancello stesso del paradiso. Dopo lessi “Spirito e Lettera” di sant’Agostino, nel quale trovai quello che io non avevo osato sperare. Scoprii che anch’egli aveva interpretato “la giustizia di Dio” in modo simile, ossia, come quella con cui Dio ci riveste quando ci giustifica. Nonostante Agostino l’avesse espresso in modo imperfetto e non spiegasse nel dettaglio come Dio ci imputa la giustizia, tuttavia mi fece piacere che insegnasse la giustizia di Dio attraverso cui noi siamo giustificati.


Meanwhile in that same year, 1519, I had begun interpreting the Psalms once again. I felt confident that I was now more experienced, since I had dealt in university courses with St. Paul’s Letters to the Romans, to the Galatians, and the Letter to the Hebrews. I had conceived a burning desire to understand what Paul meant in his Letter to the Romans, but thus far there had stood in my way, not the cold blood around my heart, but that one word which is in chapter one: “The justice of God is revealed in it.” I hated that word, “justice of God,” which, by the use and custom of all my teachers, I had been taught to understand philosophically as referring to formal or active justice, as they call it, i.e., that justice by which God is just and by which he punishes sinners and the unjust.

But I, blameless monk that I was, felt that before God I was a sinner with an extremely troubled conscience. I couldn’t be sure that God was appeased by my satisfaction. I did not love, no, rather I hated the just God who punishes sinners. In silence, if I did not blaspheme, then certainly I grumbled vehemently and got angry at God. I said, “Isn’t it enough that we miserable sinners, lost for all eternity because of original sin, are oppressed by every kind of calamity through the Ten Commandments? Why does God heap sorrow upon sorrow through the Gospel and through the Gospel threaten us with his justice and his wrath?” This was how I was raging with wild and disturbed conscience. I constantly badgered St. Paul about that spot in Romans 1 and anxiously wanted to know what he meant.

I meditated night and day on those words until at last, by the mercy of God, I paid attention to their context: “The justice of God is revealed in it, as it is written: ‘The just person lives by faith.'” I began to understand that in this verse the justice of God is that by which the just person lives by a gift of God, that is by faith. I began to understand that this verse means that the justice of God is revealed through the Gospel, but it is a passive justice, i.e. that by which the merciful God justifies us by faith, as it is written: “The just person lives by faith.” All at once I felt that I had been born again and entered into paradise itself through open gates. Immediately I saw the whole of Scripture in a different light. I ran through the Scriptures from memory and found that other terms had analogous meanings, e.g., the work of God, that is, what God works in us; the power of God, by which he makes us powerful; the wisdom of God, by which he makes us wise; the strength of God, the salvation of God, the glory of God.

I exalted this sweetest word of mine, “the justice of God,” with as much love as before I had hated it with hate. This phrase of Paul was for me the very gate of paradise. Afterward I read Augustine’s “On the Spirit and the Letter,” in which I found what I had not dared hope for. I discovered that he too interpreted “the justice of God” in a similar way, namely, as that with which God clothes us when he justifies us. Although Augustine had said it imperfectly and did not explain in detail how God imputes justice to us, still it pleased me that he taught the justice of God by which we are justified.


Preface to the Complete Edition of Luther’s Latin Works (1545) by Dr. Martin Luther, 1483-1546, translated by Bro. Andrew Thornton, OSB, from the “Vorrede zu Band I der Opera Latina der Wittenberger Ausgabe. 1545″ in vol. 4 of  Luthers Werke in Auswahl, ed. Otto Clemen, 6th ed., (Berlin: de Gruyter. 1967). pp. 421-428.

Riferimenti per Agostino d’Ippona, Spirito e Lettera.